“La Vacanza Impossibile di Giorgio e Maria Cristina”
Ma quel giorno, mentre il sole batteva
sul pavimento in cotto e la brezza faceva tintinnare i cristalli delle
finestre, Giorgio sospirò con il suo sorriso ironico:
— “Cristina, e se per una volta… fossimo
noi gli ospiti della Casa?”
Maria Cristina rise, ma in quella risata
si mescolava una curiosità bambina.
— “Tu dici… prenotare una stanza nel
nostro stesso bed and breakfast?”
— “Sì. Ma non una stanza qualunque. La
Suite Canova. Quella imperiale, con l’uscita diretta sul roof garden. Voglio
essere io, per un giorno, il re della nostra reggia artistica.”
Così fecero. Come due turisti incantati,
si presentarono alla porta principale con le loro valigie — lui con un cappello
alla Trump e una maglietta nera , lei con un ventaglio di madreperla e un
sorriso segreto.
Appena varcarono la soglia, qualcosa
cambiò. Le tele lungo il corridoio sembravano vibrare di luce viva, i colori
delle opere di Giorgio si muovevano come onde, e dalle stanze giungeva un
profumo di limone e resina marina. Era come se La Casa degli Artisti avesse
atteso proprio quel momento per svegliarsi completamente.
Salendo alla Suite Canova, rimasero
senza parole. Il letto a baldacchino sembrava scolpito dal tempo, le tende
color avorio si muovevano leggere come veli d’antiche danzatrici, e oltre la
portafinestra li aspettava il roof garden panoramico, con il mare di Gallipoli
che si stendeva in un abbraccio infinito, blu e oro.
Sedettero su delle sedie di ferro
battuto.
Il vento portava il canto dei gabbiani e
il profumo delle barche dei pescatori che rientravano al porto vecchio.
— “Senti?” disse Giorgio. “È la musica
del mare, quella che entra nei miei quadri senza che me ne accorga.”
— “E nei miei sogni,” rispose lei. “Ogni
pietra di questa casa racconta una storia.”
Decisero di “visitare” tutta la casa,
come se non la conoscessero. Ogni stanza era una tappa di un viaggio tra realtà
e fantasia.
Nella galleria d’arte permanente, le opere
di Giorgio con i volti in argilla in rilievo sulla tela — figure sospese tra
mito e umanità — sembravano parlare tra loro: Afrodite si chinava verso una
ballerina moderna, un Cristo metafisico si voltava verso un pescatore del
Seicento, e le sfumature si fondevano come onde al tramonto.
Poi, nella sala dedicata agli ospiti,
trovarono un vecchio album di fotografie: volti sorridenti di viaggiatori,
dediche in tutte le lingue, poesie lasciate sul libro degli ospiti. Maria
Cristina lo sfogliò piano, e in quel momento capì che La Casa degli Artisti non
era solo un luogo, ma un organismo vivo, un cuore che batteva con tutti i
ricordi raccolti negli anni.
La sera calò lenta, e il cielo sopra il
roof garden si incendiò di rosso. Giorgio prese il suo taccuino e disegnò.
Disegnò lei, seduta accanto a lui, con lo sguardo rivolto all’orizzonte.
— “Ecco la nostra vacanza,” disse piano.
“Non serve partire per trovarla. Basta guardarci con occhi nuovi.”
Maria Cristina sorrise, appoggiando la
testa sulla sua spalla.
E in quell’istante, la Casa degli
Artisti sembrò respirare più forte, come se anche lei avesse trovato la propria
pace: quella di accogliere finalmente chi l’aveva creata.
Da quel giorno, raccontano che, nelle
sere di tramonto, se passi davanti al terrazzo della Suite Canova, potresti
vedere due figure al chiarore dorato del sole che cala sul mare: lui che
disegna, lei che ride.
E il vento del Salento che porta via con
sé un profumo di pittura, gelsomino e sogni.

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